Una volta definiti i criteri di base della rilevanza e della appartenenza scientifico-disciplinare, bisogna tuttavia osservare che, in qualche misura, la disomogeneità tra le banche-dati regionali non dipende da ragioni soggettive, quali i diversi interessi scientifici dei ricercatori: piuttosto essa è il risultato della storia stessa del nostro Paese, che può contribuire a spiegare la diversa natura delle sedimentazioni culturali, ed in particolare, per quanto ci riguarda, di quelle relative allo sviluppo del pensiero economico.

Per ragioni storiche, mentre alcune città o Stati attrassero le classi colte, altre videro invece emigrare verso questi "centri di gravità" i membri dei loro ceti intellettuali. Così, ad esempio, Napoli, capitale per secoli di un vasto regno che comprendeva la maggior parte dell'Italia meridionale, agì da centro politico, amministrativo, economico e culturale di questo Stato. Di conseguenza, gli economisti, come gli altri membri delle classi intellettuali, lasciarono le altre regioni meridionali (ad eccezione della Sicilia, ed ovviamente della Sardegna) per andare a vivere, studiare e lavorare nella capitale. Le classi dirigenti del Regno si formarono all'Università di Napoli, e nella città fiorirono iniziative culturali di varia natura, si concentrò una ricca varietà di case editrici, si pubblicarono riviste e giornali, anche di contenuto economico. Simili opportunità furono in gran parte precluse, invece, alle aree periferiche. Inoltre, grazie al suo ruolo di grande capitale europea, Napoli attrasse anche intellettuali dal resto della penisola (e da altri Paesi europei): tra essi -ad esempio- un intellettuale dotato di un profondo interesse verso l'economia, il genovese Paolo Mattia Doria, attivo tra la fine del XVII e la prima metà del XVIII secolo, i cui scritti sono conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Queste circostanze danno ragione del fatto che in Napoli si conservano ancora le carte di molti economisti del periodo pre-unitario, non solo napoletani o campani, ma anche provenienti da altre regioni meridionali (come, solo per citarne alcuni, lo stesso Ferdinando Galiani, abruzzese, o Luca de' Samuele Cagnazzi, pugliese); mentre altre regioni sono, da questo punto di vista, molto meno ricche.
Ecco perché, per ragioni oggettive piuttosto che soggettive, le banche dati delle unità di ricerca operanti in queste ultime regioni generalmente segnalano, per il periodo pre-unitario, scritti di economisti meno celebri. La nostra scelta di non limitarci a considerare solo i più noti e consacrati economisti, ma di includere (per adottare una definizione di Schumpeter) anche la "truppa", nasce dall'esigenza di rintracciare, pur entro ben determinati confini, le vie molteplici dello sviluppo del pensiero economico in un così variegato contesto culturale.

Dopo l'unificazione, Roma divenne presto il nuovo centro di attrazione. Ciò spiega, tra le altre cose, l'alta concentrazione nella capitale degli scritti di economisti italiani del ventesimo secolo, laddove Napoli, nonostante la presenza di grandi intellettuali (come per esempio Croce, del quale si conservano interessanti corrispondenze con economisti), gradualmente perse il suo ruolo intellettuale dominante nel panorama meridionale. Ma le altre regioni meridionali non trassero beneficio da questo mutamento, poiché Napoli fu semplicemente sostituita da Roma come centro di attrazione dei principali economisti (per esempio, de Viti de Marco), che spesso lasciarono i loro scritti nel nuovo centro politico del Paese.

Cosa accadde nelle altre aree geografiche? Sia prima che dopo l'Unità, la situazione delle regioni centro-settentrionali è sempre stata politicamente e culturalmente più "policentrica" rispetto alle regioni meridionali. Ciò, assieme alla maggior forza dell'economia, ad un più diffuso benessere, alla presenza di molteplici università e case editrici, dà ragione del fatto che, in queste regioni, fondi manoscritti interessanti per la nostra ricerca sono territorialmente più diffusi che nel Sud: come la ricerca sta evidenziando, Torino, Milano, Venezia, Padova, Bologna, Firenze, custodiscono ricchi depositi di manoscritti di economisti di alto profilo. E poiché, dopo l'Unità, alcune di queste città, pur perdendo il loro status di capitali politiche, non persero il loro ruolo di capitali economiche e/o culturali, esse conservano anche interessanti archivi di economisti del XX secolo.
Come esempio di questa vitalità culturale che, nella continuità, riesce tuttavia a rinnovarsi, si può citare il caso di Firenze dove, nell'archivio di Altiero Spinelli, si conservano le carte di economisti di primo piano del XX secolo, presso una istituzione fondata recentemente, in sintonia con gli sviluppi politici delle ultime decadi: l'Università Europea. In sintesi. La ricerca delle carte degli economisti italiani ci consente di riscoprire, da una nuova prospettiva, alcuni affascinanti aspetti della storia intellettuale del nostro Paese. Al contempo, essa impone una complessa attività di coordinamento. Alcune diversità non possono essere eliminate, derivando dall'evoluzione locale della scienza economica che, a sua volta, affonda le radici in molteplici fattori storici, politici, economici, culturali. I criteri che abbiamo messo a punto devono essere abbastanza flessibili da adattarsi alle specifiche "eredità" storiche e culturali delle diverse aree del nostro Paese; ma al contempo essi devono essere sufficientemente stringenti, così da chiarire le nostre priorità e da definire gli standard comuni a tutte le Unità di Ricerca.